Fazzoletti, calzini, accendini, mollette

LM BO n. 2, 15 aprile 2009venditore ambulante

I venditori ambulanti
stranieri raccontano
la propria vita in Italia,
tra speranze e nostalgia

Per le strade del centro di Bologna si trovano tanti venditori ambulanti. Raramente si lasciano intimorire dal caldo o dal freddo e, che sia mattina o pomeriggio, ora di colazione o di pranzo, vanno in giro sotto i portici a tentare di vendere fazzoletti, calzini, stracci per lavare i pavimenti, accendini. Ma chi sono queste persone? Da dove vengono? Perché sono qui e cosa si aspettano?

Coi barconi dalla Libia
Henry è un ragazzo di 28 anni (anche se all’inizio diceva 18), si fa chiamare Friday ed è arrivato dalla Nigeria sei mesi fa. È molto diffidente, forse per questo mi ha dato nomi ed età diverse, e non ha voglia di parlare con un giornalista. Del resto non c’è da stupirsi: avevo appena incontrato un altro venditore ambulante che alla parola “giornalista” se l’era letteralmente data a gambe.
È pomeriggio avanzato ed Henry non può perder tempo a rispondere a delle domande, deve racimolare gli ultimi euro per la cena. Gli compro dei calzini e una decina di minuti. Nel suo paese natale era uno studente di Economia e Management, almeno finché i soldi sono bastati. Poi ha dovuto cercare un lavoro; pensava di trovare un impiego in Italia e si è imbarcato in una nave in partenza dalla Libia.
Douglas, «come l’attore», è molto più disponibile e anzi, appena sa di avere di fronte un giornalista, mi abbraccia. È felice che qualcuno si interessi alla sua condizione e non esita a rispondere a qualunque domanda. È così che mi racconta di essere nigeriano, come quasi tutti i venditori ambulanti che ho incontrato durante le mie ricerche, e di essere arrivato anche lui con un barcone dalla Libia. Ha 32 anni e sembra parecchio a proprio agio nei rapporti con gli italiani. Mi saluta con un «One nation, one station».
Dan è un ragazzo molto allegro, e del resto anche molto giovane, ha appena 21 anni. Non esita a prendermi in giro quando dimostro di non sapere con sicurezza dov’è Abidjan, ed è lui a spiegarmi che a quell’ora tutti hanno fretta di vendere le ultime mercanzie per correre in stazione e tornare a casa. È in Italia da tre mesi, ma parla già un po’ di italiano e si stupisce che io italiana parli inglese. Anche lui viene dalla Nigeria e si è imbarcato da Abidjan, Costa d’Avorio.

Arrivare in aereo con visto
Non tutti arrivano con i classici barconi. Molti atterrano direttamente da un normale aereo con un regolare visto d’ingresso. Solo che alla scadenza del visto si fermano qui.
In effetti le ambasciate di tutto il mondo che si occupano del rilascio dei visti per l’Italia hanno un bel da fare nel decidere a chi destinare il visto e a chi negarlo. I funzionari devono assicurarsi che non ci sia il rischio di migrazione ma allo stesso tempo, per poter sopravvivere economicamente, moltissimi Paesi sono obbligati a rilasciare un certo numero di visti al mese.
Osas, nigeriano di 24 anni, si è inserito in questa ambiguità procedurale, ha ottenuto il visto di ingresso e si è fermato in Italia. A casa studiava Inglese e Letteratura, i suoi genitori e fratelli sono rimasti là, li sente pochissimo e gli mancano tanto ma in Nigeria non avrebbe mai trovato un lavoro e, anche se non riesce a mandare neanche un soldo ai suoi, almeno riesce a mangiare.
Anche Jefferson è arrivato in aereo, direttamente dalla Liberia dove è nato, sebbene ci tenga a ricordare che i suoi genitori sono entrambi nigeriani. È in Italia da due anni ed è deciso a trovare moglie perché ormai ha quasi 28 anni. Gli piace la musica, si fa chiamare Bob Marley, e aveva trovato una ragazza molto carina, Monica, che aveva conosciuto in discoteca ma che poi lo ha lasciato per mettersi con un suo amico. Jefferson non demorde, è sicuro che troverà presto un’altra ragazza da sposare e la porterà in Liberia, «che è un Paese bellissimo», per farla conoscere ai suoi.

I nuovi volti dei pendolari
Oltre a essere piuttosto giovani, questi ragazzi condividono un altro aspetto: sono tutti pendolari, nessuno di loro vive a Bologna, «perché gli affitti qui sono troppo cari». E quindi fanno avanti e indietro dai rispettivi domicili.
Tutte le mattine presto vengono in centro con i loro sacchi e i loro zaini e tutte le sere si affrettano in stazione per tornare a casa. Friday è il più fortunato, vive a Castelfranco con un amico e compaesano, George, ragazzo di 21 anni molto silenzioso. Dicono di comprare i prodotti che vendono per le strade in qualche dispaccio e di essere piuttosto autonomi. La casa dove vive Friday è di proprietà di un suo amico, un businessman sempre in giro per l’Europa e per l’Africa che gli permette di stare nel suo appartamento quando lui non c’è, e «non c’è quasi mai, quindi vivo praticamente da solo».
Osas e Dan vivono a Padova, ma «non nello stesso appartamento». Osas vive con altri 19 ragazzi e Padova non gli piace perché secondo lui lì «la gente non ha coscienza». Ha un “capo” a cui deve dare una parte dei soldi che racimola tutti i giorni, a lui è intestato l’affitto della casa dove vivono i venti ragazzi, ed è lui che compra calzini, mollette e fazzoletti che gli altri venderanno per le strade di Bologna. Jefferson e Douglas invece tornano tutte le notti a dormire a Rovigo. Dan e Douglas affermano con veemenza che non hanno nessun “capo”, e usano la parola italiana con un certo disprezzo.

Nostalgia di casa
Un’altra caratteristica che li accomuna è la nostalgia per la propria terra che dipingono sorprendentemente come un posto dove si sta bene, se non fosse per i politici.
Osas spiega con grande amarezza che «è tutta colpa dei leader, tutti corrotti. La Nigeria è una terra ricchissima ma loro fanno i soldi e se li tengono. E noi dobbiamo cambiare Paese solo per poter sopravvivere. Là non c’è lavoro per nessuno». Per Friday è lo stesso. In realtà nessuno di loro ha detto che, se le condizioni permettessero di viverci almeno decorosamente, non tornerebbe in Africa. Jefferson sperava di trovare una realtà migliore in Italia. Ma non si scoraggia. Ha degli amici in Germania e in Danimarca, gli hanno detto che lì è più facile trovare «un lavoro vero e anche un appartamento, e che ci sono anche degli aiuti». Però prima vuole trovare una moglie italiana, poi trasferirsi al Nord o in Liberia.
Mi saluta chiedendo di pubblicare almeno il seguente annuncio: «Jefferson cerca moglie, se qualche brava ragazza è interessata, può chiedere di Bob Marley, mi conoscono tutti».

Da LM BO n. 2, 15 aprile 2009, supplemento a LucidaMente, anno IV, n. 40, aprile 2009

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Informazioni su vaeva

1982, Bologna

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