Barbari si è o si diventa?

la paura dei barbari

Cronos n. 8, agosto 2009

“La paura dei barbari è quello che rischia di far diventare noi stessi barbari”, è il motto del grande filosofo Tzvetan Todorov al centro del suo nuovo saggio, che ha presentato al Festival del Mondo Antico di Rimini a giugno. Ripercorrendo le origini della parola “barbaro”, Todorov parla del significato che aveva per i greci, che era in realtà un doppio significato. Da una parte “straniero”: persona che balbetta, che parla male la lingua del luogo, quindi un senso relativo. Dall’altra acquista presto un senso assoluto di “incivile”, selvaggio, brutale, crudele, “che non raggiunge gli standard minimi di umanità”. È così che per Strabone sono barbari quelli che vivono sotto dittatura, che non conoscono altri al di fuori della più stretta comunità, che non sono completamente umani ma “subumani”. Motivo che rende lecito maltrattarli, isolarli, persino torturarli. Ma così facendo, i cosiddetti uomini civili diventano a loro volta d “barbari”, e qui sta la doppiezza del termine, il paradosso. Lo stesso Strabone lo riconosce, e aggiunge, come anche Platone nei Dialoghi, che non si può considerare l’intero popolo greco come “virtuoso” e tutto il resto “selvaggio”, che non esiste una categoria unica di greci, ma ci sono i greci del sud, dell’est. La stessa cosa vale per i cosiddetti “barbari”.
Facendo un passo avanti scopriamo che per i romani non esisteva una parola equivalente a quella greca, cioè che significasse contemporaneamente “straniero” e “incivile”, perciò i latini adottarono direttamente il termine greco, che diventa barbarus appunto. Gli autori cristiani, già da San Paolo, aggiungeranno un altro passaggio al percorso della parola, dicendo che nessuno è “barbaro” ma che tutti appartengono alla razza umana. A questo punto però bisognava trovare una nuova contrapposizione per definire personaggi come Attila ad esempio. La nuova opposizione sarà tra popoli civilizzati e non. Ma “civile” in questo senso diventa chi tratta lo straniero, l’ex barbaro, come vorrebbe essere trattato lui stesso, riprendendo così il discorso della montagna di Gesù.

Civilizzazione contro la paura
Per Todorov la maturità di una qualunque civiltà è questa: saper riconoscere una profonda umanità in ogni persona, straniero o no. Ma la paura irrazionale per l’Altro, per colui che non conosciamo, è sempre in agguato, sempre pronta a trasformarci in barbari. L’esempio più terribile di barbarie in questi anni è stata, secondo lo studioso, la legalizzazione delta tortura nella guerra al terrorismo. La tortura è possibile solo quando si smette di considerare il prigioniero come un essere umano: amputare parti del corpo, il water-boarding,Abu ghraib (New York Times, febbr. 2007) sevizie, violenze carnali presuppongono che l’uomo torturato non sia più un “uomo” ma una bestia, un animale, un mostro, un “barbaro” appunto. Non si possono commettere altrimenti tali soprusi su un essere umano uguale a se stessi. Todorov aggiunge che non si tratta di una semplice pratica “accidentale”, ma parla proprio di legalizzazione, perché la tortura praticata dagli Stati Uniti nei vari “centri di detenzione”, come Guantanamo o Abu Grahib, era tacitamente accettata dai leader europei, che pur conoscendo sicuramente cosa avveniva ai prigionieri non hanno fatto nulla per impedirlo associandosi così ai torturatori.
Ed è per questo che bisogna mettere in guardia il mondo occidentale dalla paura del barbaro, che può portare conseguenze disastrose, che abbiamo già visto più e più volte nel corso della Storia. Storici e antropologi hanno un compito fondamentale nel percorso di civilizzazione dei popoli: arginare la paura mettendo sotto i riflettori ciò che non si conosce, presentando al lettore popoli lontani, nello spazio e net tempo, e far scoprire la piena umanità dell’Altro. Da cui l’importanza fondamentale dello studio della storia e della filologia oggi.

Non radici ma navi
Al centro del pensiero di Todorov è il concetto d’identità culturale dell’uomo. Ognuno nasce dentro una determinata cultura, di cui la lingua è la prima manifestazione, che ci introduce nella particolare cultura di appartenenza. Ma questa non è un blocco unico e granitico di nozioni, e non è nemmeno immobile. Non si può parlare, ad esempio, di cultura italiana come di un ammasso di conoscenze uguale e condiviso da tutti: ognuno si ritaglia una serie di sottoculture dentro le quali agisce, le reti culturali date dalla professione, dagli hobby di ciascuno, dalle esperienze, dai diversi percorsi scolastici e accademici. Per questo motivo uno storico ha una sottocultura diversa da quella di un matematico, un meccanico diversa da quella di una parrucchiera, il riminese da un milanese, e così via. Il bagaglio di ciascuno è diverso da quello dell’altro, e non si comprendono tra loro né reagiscono agli stessi stimoli culturali. Oltre a essere divisa in infinite ramificazioni possibili, la cultura è mobile, anche se non ce ne rendiamo conto perché ci nasciamo dentro.

L’esempio più indicativo è quello delle lingue viventi, che cambiano continuamente, e questo cambiamento è il segno stesso che sono vive. Pensiamo al latino, che al contrario è una lingua morta: non parlandolo più è ormai fisso, stabilito nei suoi vocaboli e nelle sue forme sintattiche, immobile. Il cambiamento spaventa l’uomo, pensa che vada a intaccare la propria identità, ma è il segno stesso che è vivo.
La metafora che si usa spesso per indicare l’uomo è quella delle radici: l’uomo ha delle radici in qualche posto, oppure è sradicato. Si tratta per Todorov di una metafora pericolosa perché considera l’uomo una figura statica, che presuppone una fissità vegetale che non gli appartiene. Una metafora molto più adatta per illuminare la questione della cultura e dell’uomo è invece la nave di Argo.

Gli Argonauti hanno viaggiato in mare per noveLa nave degli argonauti anni, durante tutto questo tempo hanno apportato una modifica dietro l’altra alla loro imbarcazione, piccoli cambiamenti per cui la nave finì per essere contemporaneamente la stessa e un’altra. Irriconoscibile dalla partenza, eppure in qualche modo uguale. La stessa cosa vale per la cultura, la cui evoluzione è inevitabile, essendo viva. La metafora delle radici per lo studioso bulgaro è quanto meno un po’ strana perché si concentra sulle radici e non sui frutti: “Ma noi non mangiamo le radici dell’albero, ma le mele!”. Oltretutto non considera che noi siamo animali, con una capacità unica di vivere a ogni latitudine, come gli Inuit al nord o i Papua nelle zone equatoriali, e soprattutto di spostarci.

Europa: la regina immigrata
Lo straniero non è sempre stato considerato una minaccia, anzi! Erodoto racconta che i corsari dell’isola di Creta andarono in spedizione fino in Fenicia a Tyro, per rapire la figlia del re e portarla a Creta perché diventasse regina. La principessa cretese era quindi straniera, asiatica, “praticamente una clandestina!”. Il suo nome era Europa, e i greci così chiamarono il continente a nord del Mediterraneo, in onore della madre di Minosse.
Un altro caso clamoroso delle origini non “autoctone” della nostra stessa civiltà è dato dalla fondazione di Roma. Il mito racconta che Romolo e Remo discendevano da Enea, un immigrato dall’Asia Minore. L’eroe di Virgilio, infatti, approdò in Lazio in seguito alla caduta di Troia, che era proprio in Turchia. Al di là delle radici leggendarie di questi miti fondatori è che Sono stati gli stessi romani a sceglierli e tramandarli. Anche la religione europea, il cristianesimo, non è autoctona, ma nasce in Medio Oriente da una tribù nomade, poi arrivata in Europa grazie alle peregrinazioni di San Paolo. Una religione straniera quindi.europa
Sono esempi che secondo Todorov meritano di essere ricordati in un periodo storico come il nostro in cui si tende a vedere ogni straniero come un criminale. Il mito di Europa è quello che merita più attenzione. Se guardiamo una mappa del mondo, infatti, è subito evidente che l’Asia, gli Stati Uniti, o l’America del Sud, sono blocchi di colori unici, mentre l’Europa è un mosaico di piccole macchie colorate una addosso all’altra: è la parte del mondo più divisa. L’identità culturale europea si è formata assorbendo influenze da tutto il mondo, ha ospitato molti popoli, e ognuno ha lasciato una sua piccola traccia, un’eredità, ha affrontato innumerevoli guerre, invasioni, alleanze e mescolanze. Questa pluralità di elementi ha formato un’intrinseca attitudine alla tolleranza, perché gli europei sono già intrinsecamente diversificati. Già filosofi del Seicento come Montesquieu, Kant o Rousseau consideravano la pluralità una qualità fondamentale.

Paesi come gli Stati Uniti, la Russia o la Cina corrono il rischio invece di considerare se stessi come detentori di un’unica verità, e di conseguenza tutti gli altri come elementi minori (“subumani”) di una gerarchia che li vede al primo posto. Invece non esiste una superiorità culturale, nessuna cultura è migliore di un’altra. L’unica cosa che si può stabilire e misurare e il livello di civilizzazione: un popolo può essere più civilizzato di un altro a seconda della sensibilità che mostra verso l’Altro, verso lo straniero, per cui chi tortura è all’ultimo gradino della scala civile. In questo senso siamo sicuri di poter riconoscere noi europei o gli Stati Uniti come “portatori di civiltà”?

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Informazioni su vaeva

1982, Bologna

Un Commento

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