AFGHANISTAN

Cronos n. 11, novembre 2009

Dall’invasione sovietica alla guerra civile

Herat MosqueIl 17 settembre scorso la morte di 6 soldati italiani in un attentato a Kabul rivendicato dai taliban ha impietrito i cittadini italiani, e spaccato l’opinione pubblica riguardo alla necessità di mandare migliaia di nostri soldati in una terra chiaramente ostile. Il dolore per le tante perdite ci pone di fronte alla domanda: ha senso restare in Afghanistan? La guerra iniziata il 7 ottobre 2001, che dopo otto lunghi anni non fa altro che divampare, vedrà la fine? E soprattutto i nostri aiuti militari stanno andando in questa direzione oppure non fanno che infoltire la resistenza afghana?
Oggi il governo di Kabul è nelle mani di Hamid Karzai, già ministro dal ’92 al ’94, durante gli anni di guerra civile che hanno portato i taliban al potere, rieletto in agosto nonostante brogli evidenti, pur di mantenere al potere il moderato pashtun. I taliban oggi hanno il controllo di quasi tre quarti del territorio afghano, contrastati dalle forze Nato dell’Isaf (International Security Assistance Force).

Gli studenti islamici
Taliban, per capirne le origini bisogna inevitabilmente risalire all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. La famigerata armata russa aveva varcato le profonde valli afghane nell’inverno di 30 anni fa, ufficialmente per liberare la popolazione da un sanguinario dittatore, per altro filosovietico, che aveva tentato una modernizzazione della società tribale con la forza. I sovietici non ci misero molto a capire che l’impresa sarebbe stata tutt’altro che veloce e indolore.
L’Afghanistan, crocevia di culture ma soprattutto di strade e commerci, non ha un vero e proprio spiritoherat nazionale, la natura stessa del luogo non favorisce certo l’unità della sua popolazione: un territorio fatto di rocce e monti altissimi, spezzati da profonde valli. Una volta passava di qui la famosa Via della Seta, unica porta d’accesso dell’Occidente verso l’Oriente, che ha reso ricchissima la città di Herat nel 1200, città di mercanti, prima che la via deviasse il suo corso verso la pianura più invitante di Samarcanda (nell’attuale Uzbekistan). Sembra che Herat fosse stata fondata dalle truppe di Alessandro Magno, costretto a passare per i ghiacciai di questa regione per arrivare nella verde distesa dell’India.
Tra queste aspre montagne vivono diverse etnie: i pashtun nel sud, i tagichi e gli uzbechi a nord, gli hazara, discendenti della stirpe persiana a ovest. Parlare di unità nazionale qui non ha molto senso, ma il popolo afghano è famoso da millenni, già da Alessandro Magno, per non lasciarsi governare da nessuno straniero. Appena qualche invasore mette piede sulle rocce afghane le nazionalità si ricompattano pronte a respingere ogni usurpatore.
È la sorte che toccò anche ai sovietici. Ma con la loro avanzata 5 milioni di afghani si rifugiarono tra l’Iran e il Pakistan. È nei campi profughi di Peshawar, zona a maggioranza pashtun del Pakistan, che molti giovani afghani crescevano frequentando le madrasa, scuole coraniche, unica istituzione scolastica presente. Era una vita misera, senza svaghi, dove l’unica occupazione era lo studio del Corano: talib (studiare) è lo studente, e taliban saranno i futuri governatori dell’Afghanistan che imporranno al paese quanto vissuto in questi campi.

Mujaheddin o warlord?
L’ascesa dei giovani taliban è stata fulminea. Dopo l’uscita di scena dei sovietici, il cui ultimo carro armato salutò con sollievo i pendii ghiacciati e inospitali dell’Hindu Kush dove erano morti 15.000 soldati, nel 1989, il governo del presidente filosovietico Mohammed Najibullah resse per altri 3 anni, finché i mujaheddin guidati da Ahmad Shah Massud e Rashid Dostum non hanno conquistato Kabul. Erano i “santi guerrieri”, resistenti all’invasione sovietica, armati da Arabia Saudita, Pakistan e Stati Uniti. Per la prima volta dopo la parentesi comunista, il paese non era governato dai pashtun, etnia maggioritaria, ma da tagiki (Burhanuddin Rabbani, il futuro presidente, e Massud, il “Leone del Panshir”) e da un uzbeko (Dostum). Lo smacco era troppo forte, oltretutto la popolazione si aspettava che i mujaheddin ripristinassero la monarchia richiamando in patria il re pashtun Zahir Khan, esiliato a Roma dopo la proclamazione della Repubblica comunista nel 1973.
mazar e sharifNel 1992 scoppiò quindi una guerra civile disastrosa, dove i mujaheddin si trasformarono nei famigerati Signori della Guerra. Dostum governava sul territorio intorno a Mazar-e-Sharif a maggioranza uzbeka, Ismail Khan sulla zona a maggioranza sciita di Herat, i pashtun nella regione di Kandahar, mentre al presidente Rabbani restava esclusivamente la capitale Kabul. Chiunque avesse in mano un certo numero di armi si dichiarava padrone di una piccola fetta di territorio e governava facendosi beffe del governo centrale. Saccheggi, razzie, stupri, omicidi indiscriminati, il caos era calato su uno stato già moribondo dopo un decennio di guerra con i sovietici. Mentre durante l’invasione, infatti, USA, Pakistan e Arabia Saudita avevano fatto a gara per innaffiare di soldi e armi i resistenti, una volta ricacciato l’esercito russo i rubinetti del denaro si richiusero di colpo, lasciando nella mani di un popolo distrutto (1 milione e mezzo di afghani morirono in quel decennio, innumerevoli i mutilati, e milioni di mine sul terreno) la ricostruzione del paese.
E qui i taliban fanno il loro ingresso nella storia. Delusi dai mujaheddin, frustrati da una situazione di violenza onnipresente, gli studenti delle madrasa si fusero in un unico movimento capeggiato dal mullah Mohammed Omar, un occhio perso nella jihad contro i sovietici. La capitale dei taliban era Kandahar, città del sud, prevalentemente pashtun, come tutti i taliban, e tradizionalista.

Il crocevia ripulito
Per prima cosa i taliban uccisero i capi tribù in lotta, disarmarono la popolazione e ripulirono le strade. I primi finanziamenti arrivarono al gruppo proprio dalla mafia dei trasporti. I camionisti di merci di contrabbando provenienti dal Pakistan, i nuovi mercanti della Via della Seta, dall’inizio della guerra civile avevano subito perdite molto consistenti. Le strade erano infestate da briganti armati che esigevano un forte pedaggio ogni due chilometri, mentre con i taliban le vie di comunicazione del sud erano finalmente sicure.mappa afghanistan pakistan
Il problema delle vie di comunicazione è fondamentale in questa regione. L’Afghanistan non ha sbocchi sul mare e si trova all’incrocio di una serie di fruttuose tratte: quella del commercio clandestino tra Pakistan e Iran o repubbliche centroasiatiche, quella del contrabbando di oppio tra Pakistan ed Europa, e la tratta più lucrosa e invitante di tutte, quella di petrolio e gas dal Turkmenistan al Pakistan, e da qui all’occidente.
Le repubbliche centroasiatiche dopo la caduta dell’Unione Sovietica hanno attirato non poche attenzioni grazie alle proprie riserve ancora non sfruttate di gas naturali e petrolio. È dal 1991 che questo angolo remoto cercando di trovare una via per bypassare il controllo russo, e vendere i propri tesori al migliore offerente. Il problema principale è proprio la mancanza di vie di comunicazione, o più precisamente di gasdotti e oleodotti.
Nel 1995 entrano in scena due compagnie, una argentina prima e l’altra statunitense poi (la UNOCAL), che propongono al Turkmenistan la costruzione di un oleodotto che passi per l’Afghanistan fino a raggiungere i porti di Karachi in Pakistan. In questo contesto i taliban sono una soluzione perfetta.

Sicurezza o libertà
Da quando gli studenti islamici governano il sud praticamente non c’è più criminalità, in un’intervista un pashtun dice che a Kandahar da quando comandano i taliban potresti “lasciare un lingotto d’oro per la strada e ritrovarlo dopo 3 giorni”. Ovviamente risultati di questo tipo non si ottengono andando per il sottile. Tamerlano, che come il suo avo Gengis Khan, era venuto a conquistare questa terra inospitale, aveva detto nel XIV secolo che solo con il terrore si può pacificare l’Afghanistan, ancora oggi i taliban seguono il suo esempio. Hanno imposto in modo radicale la sharia (legge islamica) e nei territori sotto il loro controllo al ladro viene tagliata la mano destra e se è recidivo il piede sinistro, le esecuzioni sono pubbliche, nello stadio o nella piazza principale in modo che serva da esempio per tutti, gli uomini devono portare la barba lunga almeno un palmo, sono chiuse le scuole femminili, le donne devono indossare il burqa, se non lo fanno sono picchiate e frustate in mezzo alla strada, non possono lavorare né andare in giro da sole. Non sono permessi svaghi di alcun tipo (“La gente può andare nei parchi a guardare i fiori”, dice un membro del Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio), televisioni e radio sono distrutte, non è permesso cantare, ballare, o far volare aquiloni, uno degli sport preferiti dagli afghani.
Si tratta di un clima di terrore cui gli afghani inizialmente si prestano, e anzi accolgono i taliban con un certo entusiasmo, purché li liberino da violenze, scontri a fuoco, omicidi e stupri. Insomma per la sicurezza il popolo è pronto a barattare la libertà. È così che i taliban conquistano a poco a poco tutto l’Afghanistan, entrando a Kabul nel 1996. La prima mossa sarà prelevare l’ex presidente filosovietico Najibullah da un complesso dell’Onu e impiccarlo in piazza dopo averlo evirato e torturato.
La strada per la costruzione dell’oleodotto a questo punto è praticamente spianata se non fosse che l’azienda statunitense UNOCAL ha bisogno che il governo taliban sia riconosciuto a livello internazionale per attuare il progetto, e non sono molte le nazioni pronte a farlo. A parte il Pakistan e l’Arabia Saudita, e nonostante le simpatie dimostrate da Clinton al governo degli studenti islamici, l’opinione pubblica internazionale è più che altro sconcertata dal mostruoso trattamento che i taliban riservano alle donne.

Niente più oppio in Europakandahar
Per forzare la mano agli Stati Uniti il mullah Omar ricorre a un’abile concessione: rinunciare alla propria maggiore fonte di guadagno, le piantagioni di oppio, in cambio del riconoscimento.
Fino al 2000 il commercio di oppio aveva portato nelle casse del regime soldi a palate, denaro che però non era stato incanalato verso la ricostruzione di strade, palazzi e città, né verso l’educazione o i servizi sociali, ma che erano tutti confluiti in armamenti per nutrire la guerriglia con il Fronte Unito del nord. La condizione del popolo afghano non era minimamente migliorata sotto l’aspetto economico, anzi la maggioranza degli afghani sopravviveva esclusivamente grazie agli aiuti umanitari forniti dalle agenzie delle Nazioni Unite e da ONG internazionali. La guerra civile intanto si era concentrata a nord, dove gli ex mujaheddin o signori della guerra, opponevano una resistenza cruenta ai taliban. L’Alleanza del Nord si era concentrata nella regione di Mazar-e-Sharif e nella valle del Panshir, dove Massud, Dostum e Ismail Khan continuavano a battersi, anche grazie agli aiuti finanziari di Iran e Russia, contro un governo che fin dall’inizio aveva pesantemente discriminato le etnie non pashtun.
Nel 2000 il mullah Omar vieta la coltivazione del papavero, e in tutto il territorio sotto il suo controllo fa rigorosamente valere il divieto. La produzione di oppiacei crolla immediatamente del 94%, resta attiva solo nei territori controllati dall’Alleanza del Nord. Ma riconoscere il governo del mullah Omar è fuori questione: un nuovo fattore è entrato in campo, la protezione dei taliban a Osama Bin Laden e Al Qaeda.
Lo sceicco saudita aveva provveduto a finanziare il governo dell’amico e genero mullah Omar già dal 1996. In cambio aveva ottenuto appoggio logistico per la sua schiera di fanatici islamici che lo seguiva dagli anni Ottanta, da quando avevano combattuto insieme a fianco dei mujaheddin. Nel 1998 gli attentati alle ambasciate statunitensi di Kenya e Tanzania avevano fatto di lui il nemico pubblico numero uno, ma i taliban non erano disposti a estradarlo.

E oggi?
Dall’11 settembre la storia di questo paese è nota. La guerra mossa dagli USA ad Al Qaeda e ai taliban sembrava essersi risolta nel giro di pochi mesi. Già a dicembre 2001 si parlava di vittoria, ma erano annunci a dir poco prematuri. L’elezione di Hamid Karzai a presidente dell’Afghanistan ha retto per qualche tempo, ma già dalla fine del 2002 era evidente che i taliban erano tutt’altro che finiti e Al Qaeda appena scalfita.Kabul
Gli afghani non si sono mai fatti conquistare da nessuno, alle apparenti vittorie degli invasori sono sempre seguite orribili ripercussioni. Lo sanno bene gli inglesi, che nel 1839 con la prima guerra afghana pensavano di poter mettere un re fantoccio alla guida dell’Afghanistan senza colpo ferire per poi vederlo ammazzare dai ribelli; e lo sanno anche i russi, basti pensare alla fine che ha fatto Najibullah. Karzai non è un burattino, ha partecipato alla resistenza contro i taliban già dal ’98, suo padre è stato ucciso per questo, ed è un pashtun. Ma gira con una scorta armata statunitense, senza il loro appoggio non sarebbe probabilmente stato rieletto in agosto e il suo governo è troppo debole e corrotto per poter contrastare la guerriglia e soprattutto i taliban, che nel 2006 si sono riuniti intorno a Gulbuddin Hekmatyar, altro mujaheddin nonché signore della guerra spregiudicato e fanatico. Il popolo afghano ha conosciuto la ferocia e la miseria del controllo talebano e non ne ha un buon ricordo, ma il caos e la guerriglia sono fattori che non giocano a favore dell’attuale presidente, e sono gli stessi fattori che hanno permesso l’ascesa dei taliban nel ’94.
Come nell’89, gli USA dopo aver spazzato via i “nemici” hanno rivolto le attenzioni altrove, in questo caso all’Iraq, lasciando l’Afghanistan a occuparsi di se stesso in un momento di grande fragilità. Il risultato è quello che vediamo ancora oggi: i taliban hanno riconquistato gran parte dell’Afghanistan, la produzione di oppio e il narcotraffico hanno raggiunto livelli mai visti prima, e anche il nostro esercito è ancora impantanato in una guerriglia di cui non si vede la fine.

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Informazioni su vaeva

1982, Bologna

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