Palestina, “Basterebbe un’ora per trovare un accordo, ma non decidiamo noi”

Osservatorio Iraq 15/02/10

Mohamed Halabi è il responsabile delle relazioni internazionali del comune di Gaza, un titolo importante ma ‘chiuso’ in un paradosso: da Gaza è difficile uscire, e non è certamente un ruolo amministrativo ad aprire i valichi di Erez o di Rafah, nemmeno se a chiederlo sono le città gemellate di Barcellona, Torino, Dunkerque (Francia), o Tromso (Norvegia). Eppure Mohamed Halabi è riuscito a uscire. A prima vista sembra un ragazzo, e in effetti lo è: ha 35 anni, ma è già abbastanza grande per Gaza, dove l’età media è di 17 anni.

In questi giorni Mohamed Halabi sta portando in giro per l’Italia e per l’Europa la sua esperienza nell’ambito di un ciclo di convegni dal titolo “Vivere a Gaza”. Per poter passare il valico di Erez (a nord, al confine con Israele) serve almeno un mese di preparazione: “Se sei fortunato”, sottolinea Halabi. Per uscire da quello di Rafah (sud, alla frontiera con l’Egitto), ne servono almeno tre. Il primo resta aperto per tre giorni e poi chiude “fino a data da stabilirsi (dagli israeliani)”. Il che significa che possono trascorrere 40 o anche 60 giorni: “E chi decide di tentar la sorte non può non mettere in conto un alloggio dove fermarsi dei mesi. E non tutti ce l’hanno”.


Un progetto ambizioso

Questo è solo uno degli innumerevoli problemi che l’embargo sta causando alla popolazione civile. L’altro, più drammatico, sono le conseguenze dell'”Operazione Piombo Fuso”, ancora ben visibili nella Striscia. L’offensiva militare dell’inverno 2008-2009 ha ucciso 1.400 palestinesi, in gran parte civili, lasciato a terra più di 5.000 feriti, metà dei quali porterà per sempre con sé i devastanti effetti del fosforo sul proprio corpo mutilato. Circa 4.000 le case distrutte, 14mila quelle parzialmente danneggiate, dieci le scuole in macerie nel solo comune di Gaza.

Secondo Halabi, sono proprio i “dettagli” a dare la misura degli effetti dell’embargo: “Tutte le finestre di Gaza sono andate in frantumi durante la guerra e non sono state sostituite perché il vetro non entra”. Come non entra il cemento. Halabi parla di 12mila famiglie costrette a vivere nelle tende in attesa della ricostruzione. Molti dei soldi promessi dalla comunità internazionale non sono arrivati, “ma l’unico vero desiderio delle famiglie di Gaza non è l’assistenza economica, quanto piuttosto la possibilità di lavorare, perché il lavoro dà dignità e apre le frontiere”.

Halabi si è battuto a lungo per convincere i donatori a sostenere un progetto apparentemente secondario, nella situazione d’emergenza che Gaza stava vivendo, anche prima dell’offensiva. Nonostante la mancanza di una rete fognaria accettabile e le difficoltà di accesso all’acqua potabile, Halabi aveva proposto di ristrutturare la città, dando finalmente un nome alle vie e dei numeri alle case: “Serviva mezzo milione di dollari e dovevo convincere i donatori che questo era un progetto prioritario, e per me lo era davvero, perché nessuna città può esistere in mezzo al nulla”. Per il piano “sono stati impiegati 300 tra ingegneri e architetti, giovani ragazzi a cui è stato dato un lavoro e uno stipendio per le loro famiglie”. Quanto all’”Operazione Piombo Fuso”, è iniziata in inverno, “durante la terza settimana di lavoro”. “Non appena finita, abbiamo ricominciato di nuovo”. E ora le vie di Gaza hanno nomi e numeri “ufficiali”.

I tunnel di Gaza

C’è chi dice che la situazione nella Striscia di Gaza sia molto simile a quella di Haiti adesso, ma Halabi aggiunge un distinguo determinante: “Sì, la nostra situazione si può paragonare a quella di Haiti, se non fosse che qui non c’è stato un disastro naturale: qui il disastro l’ha fatto l’uomo, con l’occupazione e l’embargo. Aprire le frontiere sarebbe già una soluzione”.

Nel frattempo, Halabi ricorda come la Striscia riesca a sopravvivere solo grazie al sistema dei tunnel: “Dalle frontiere arrivano farina e medicinali, mentre tutto il resto passa attraverso i tunnel”. Anche una fabbrica di produzione italiana di succhi di arancia che si trova vicino alla città di Gaza ha dovuto farvi ricorso: “I bombardamenti hanno distrutto molti alberi e l’impresa non riusciva più a raccogliere 250 tonnellate di arance, ma poi, in accordo con l’Italia, si è deciso di abbassare il volume della produzione. Trovata la soluzione al primo problema, ne è sorto immediatamente un altro: non c’erano né bottiglie né tappi. Così si è dovuto contattare i commercianti dei tunnel e farli arrivare dall’Egitto”.

Sotto Gaza ci sono più di 1.500 tunnel e adesso che l’Egitto minaccia di costruire un muro per bloccarli, c’è chi teme il peggio. Ma non Halabi: “In due mesi scaveranno tunnel più ancora profondi. E comunque l’Egitto non ne avrebbe bisogno, basterebbe che bloccasse i Tir che transitano per il Sinai”. “Il problema – prosegue il responsabile dell’amministrazione comunale – è che il Cairo è sempre più debole nel Medio Oriente, e sta cercando di recuperare terreno con questa manovra”. “È una cosa triste perché l’Egitto è il retroterra della Striscia di Gaza, come l’Unione Europea lo è per l’Italia”.

La sposa ha già un altro marito

Riguardo alla situazione internazionale, Halabi ha le idee molto chiare. Fa un paragone con la situazione in Libano: “Due anni fa, a un passo dalla guerra civile, con Hezbollah molto più potente di Hamas, Hariri [Saad Hariri, attuale Primo Ministro libanese] e Fatah, le potenze regionali hanno imposto un accordo ed è bastata una settimana per trovarlo. Da noi sarebbe sufficiente un’ora. Ma non è una nostra decisione. Né di Hamas né di Fatah”.

Anche sui rapporti con Israele Mohamed Halabi ha una posizione definita, e alla domanda su cosa ne pensa della soluzione “a uno Stato” risponde semplicemente che “è l’unica soluzione possibile”. Dopo la spaccatura che si è creata in seno all’Autorità Palestinese: “Ora Gaza è povera, mentre la Cisgiordania può contare sugli investimenti, perché Gaza è ‘fondamentalista’ e la Cisgiordania ‘moderata’. Eppure oggi la Cisgiordania è soffocata dal muro e dai checkpoint. Cosa hanno ottenuto i moderati?”.

Halabi termina il suo intervento con una nota che per una volta ribalta il punto di vista generale che si ha del conflitto: “Cosa vogliono gli israeliani? Noi siamo a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme, a Haifa, e Jaffa. Vogliono toglierci di mezzo con una bomba atomica? Non ci prenderebbero. Più di cento anni fa una delegazione di sionisti in visita in Palestina disse ‘La sposa è bellissima ma ha già un altro marito’. Questo è un problema che devono risolvere loro perché noi qui ci siamo già”.

Per Osservatorio Iraq, 15/02/10

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