Il volto nascosto e solare dell’Iran

LM MAGAZINE n. 10, 15 maggio 2010

Un messaggio di pace
va in giro per l’Italia
grazie a voci e suoni
del Garmsar Khorush

Iran non è solo Mahmoud Ahmadinejad. Oltre le vicissitudini politiche, c’è uno scoppiettio sotterraneo di arte, musica e cultura che ha trovato una strada per farsi sentire fino in Italia. Attraverso artisti come Shirin Neshat e il suo ultimo denso film, Donne senza uomini, o Bahman Ghobadi del movimentatissimo I gatti persiani, ma anche grazie a un gruppo di musica tradizionale come il Garmsar Khorush Ensemble, che per mesi ha portato in giro per l’Italia i suoi strumenti antichi e le sue note praticamente mistiche (su youtube potete trovare brani dei loro concerti.

Dall’altipiano iraniano, un’arte per la pace universale
Il Garmsar Khorush Ensemble è un gruppo di otto musicisti, compresi due cantanti. Sono soprattutto insegnanti della piccola città di Garmsar, a meno di venti chilometri da Aradan, villaggio dove è nato proprio Ahmadinejad. L’altipiano iraniano, a sud di Teheran, è una zona «che non ha molta voce», spiega Sohrab Mojdeh, esperto della cultura dell’Iran, trasferitosi in Italia da molti anni.
Mojdeh spiega che quando il gruppo tornerà in Iran allestirà una mostra con le foto scattate durante il tour in Italia. Un modo per allacciare le esperienze e connettere due realtà: far conoscere l’altra faccia dell’Iran agli italiani, ma anche il mondo oltre i confini nazionali agli iraniani. L’obiettivo è ambizioso: «Le parole e l’arte sono un mezzo per arrivare a una pace universale». Un parolone ostico anche nei nostri placidi orizzonti, basti ricordare gli scontri di Rosarno, i migranti dei Centri di identificazione ed espulsione, i bambini a pane e acqua nella mensa di Adro, le difficoltà dei musulmani a mantenere i propri riti.
Ma Mojdeh non lascia scalfire il suo ottimismo: «L’Italia è un Paese generoso. Un Paese che dà Leopardi, Pasolini, Fellini non può essere “cattivo”. Lati negativi e gentaglia ci sono in ogni Paese. Certo, quando si fa fatica a trovare lavoro, si innesca una lotta tra poveri, ma non si può giudicare un Paese solo da questo».

Musiche da ballare ai matrimoni
Il concerto all’Antoniano, che si è tenuto a fine gennaio a Bologna, ha attirato larga parte della comunità iraniana, che in tutta Bologna comprende circa seicento persone.
La serata è iniziata con un brano dedicato niente di meno che a Vivaldi. Il mio vicino di posto è arrivato in Italia per studiare nel 1971 («da noi lo studio è sacrosanto»), ha poi sposato un’italiana e si è fermato qui. Durante lo spettacolo mi fa traduzioni estemporanee: «Adesso stanno cantando dei versi di una poesia, è letteratura persiana: Sono ubriaco d’amore, Dal sangue dei giovani nasce un fiore». Chiarisce ancora: «Questa si canta ai matrimoni», e mi assicura che «tutti i persiani in sala stanno “ballando” seduti al proprio posto».
Poi fa una breve introduzione dell’Iran culturale, spaziando da Omar Khayyam, «poeta del 1100, famosissimo», alla rivoluzione del 1979: «Quando è salito al potere, Khomeini [ayatollah Ruhollah Khomeini, ndr] ha bruciato tutti i libri, ma poi, pian piano, sono tornati».
E con mio stupore aggiunge: «Storicamente noi iraniani non siamo un popolo molto religioso».

Da LM MAGAZINE n. 10, 15 maggio 2010, supplemento a LucidaMente, anno V, n. 53, maggio 2010

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Informazioni su vaeva

1982, Bologna

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