Sfrattati PER CRISI

Il Manifesto, 28/07/10

Leonardo Tancredi, Eva Brugnettini

Fino a qualche mese fa avevano una casa e un lavoro. Poi sono stati sfrattati nonostante l’impegno del sindacato Asia-Rdb. Oggi alloggiano su un marciapiede davanti all’ex scuola media Mazzini di Borgo Panigale, sgomberati dopo l’occupazione dell’istituto. Sono le vittime della crisi economica che colpisce duro anche in Emilia Romagna

Non c’è posto a Bologna per 35 famiglie, italiane e straniere, prima sfrattate, poi sgomberate. Da mercoledì 21 luglio hanno come dimora il marciapiede antistante all’ex scuola media Mazzini di Borgo Panigale, quartiere alla periferia nord del capoluogo emiliano. Insieme a loro, materassi, pentole, scatoloni che costituivano l’arredamento improvvisato della scuola occupata il 25 aprile e ribattezzata Casa popolare Dodi Maracino (storico militante bolognese della sinistra radicale morto nel 2007). Fino a qualche mese queste persone avevano una casa e molti anche un lavoro, ma all’onda della crisi economica è seguita quella degli sfratti, una mareggiata che ha lasciato senza casa le 35 famiglie di occupanti e continua a fare vittime. Nei primi quattro mesi del 2010 gli sfratti in provincia di Bologna sono stati 3000 e, secondo i dati del Sunia, il 90% per morosità, mentre nel 2009 non superavano il 40%.

A dare una risposta dal basso a questa emergenza ha pensato il “picchetto anti-sfratto” del sindacato degli inquilini Asia – Rdb. Dopo un inverno trascorso a tentare (e spesso riuscire) a impedire l’esecuzione di sfratti, nella maggior parte dei casi attraverso la mediazione con proprietari, istituzioni e forze dell’ordine, attivisti e sfrattati hanno deciso di allestire una tendopoli in piazza Liber Paradisius, all’ingresso della nuova sede del Comune. Dal 7 aprile, per 22 giorni hanno mangiato, dormito, vissuto in tenda in mezzo al traffico di impiegati e utenti degli uffici. Fino all’esecuzione dello sgombero richiesto da Annamaria Cancellieri, il commissario che governa la città dopo le dimissioni di Flavio Del Bono.

Il gruppo non si è sfaldato e la mossa successiva è stata l’occupazione della scuole di Borgo Panigale, che è diventata una specie di residence. Gli inquilini hanno pulito tutto, e si sono adattati al nuovo alloggio. Le aule si sono trasformate in camere, nelle rientranze dei corridoi sono stati messi dei letti di fortuna per i nuovi arrivi. C’era persino una mini-moschea in una rientranza del corridoio, separata da un filo. Gli inquilini si sono auto-organizzati con cinque responsabili, per sicurezza, cassa, pulizie, cucina e materassi.

Kadhem, uno dei responsabili, prende un assegno di disoccupazione, ma con un affitto di 800 euro più spese era impossibile sopravvivere. Ha dovuto lasciare moglie e due figli piccoli a Tunisi dai genitori lo scorso novembre, ed è tornato a Bologna. «Quando ci hanno sfrattato, hanno messo mia moglie e i figli in una struttura per le donne, a me hanno detto di arrangiarmi».

Nella stanza di Paolo, 46 anni, «bolognese doc da quattro generazioni», c’erano 4 materassi per terra. Per un signore di 52 anni che faceva lavoretti dalla mattina alla sera; uno studente croato con una borsa di studio con cui non riusciva a pagare l’affitto e due sorelle bolognesi con 4 bambini al seguito.
Paolo intanto è in cassa integrazione. Ha assistito per 9 anni la madre malata di Alzheimer, finché non era peggiorata tanto da aver bisogno di un’assistenza che non potevano pagare. Così ha “tormentato” un assessore per 3 anni, presentandosi al suo ufficio ogni venerdì mattina per una casa popolare. Finché, a maggio 2003, si è legato con la madre di fronte al Comune. Da allora lei è in una casa protetta, pagata con pensione, invalidità, accompagnamento, un contributo del Comune e una parte dallo stesso Paolo entrato in una casa popolare. Almeno fino a marzo scorso. Con i 650 euro di cassa integrazione non riusciva a pagare affitto e bollette. Una mattina esce di casa per andare a lavoro e al ritorno non può rientrare, l’avevano sfrattato e cambiato la serratura. Per una settimana ha dormito da madre, amici, su una panchina di fronte alla sede del quartiere. Poi ha letto sui giornali della tendopoli organizzata da Asia RdB in Piazza Liber Paradisus e alla fine si è ritrovato nella scuola occupata.

«È un’emergenza abitativa a lungo termine a cui gli assistenti sociali possono dare solo soluzioni provvisorie perché non ci sono alloggi», dice Federico Orlandini di Asia. Il sindacato propone gestione pubblica dell’edilizia, affitti in base al salario, recupero degli edifici sfitti, e integrazione dei salari per far fronte a caro affitti e precarietà. «Il commissario Cancellieri dice che le occupazioni sono intollerabili, scavalcano le graduatorie, ma le case popolari sono sempre meno rispetto alla domanda, si aspetta tantissimo prima dell’assegnazione. Di fronte a gente che vive in un furgone da anni le graduatorie non reggono».

Fino ad aprile le richieste di una casa popolare erano circa 8.500, a fronte delle 4-500 assegnazione annuali. Nello stesso periodo le domande per un alloggio a canone calmierato erano 2.027, mentre sono stati 7.782 nel 2009 a chiedere un aiuto per l’affitto. A Bologna il problema abitativo è un’emergenza infinita che ha attraversato le amministrazioni almeno da 20 anni.

Il quadro attuale è aggravato dallo stallo in cui si trova l’amministrazione comunale commissariata e priva di una guida politica e da una riforma dei servizi sociali che da un anno sta provocando caos e disservizi ai cittadini in disagio sociale ed economico. Secondo il nuovo regolamento, infatti, l’accesso ai servizi sociali è vincolato al requisito della residenza: chi risiede altrove, in Italia o all’estero, non può fare richiesta di alcun tipo di assistenza. A questo si aggiungono i tagli al welfare paventati dal Commissario per fare fronte a un vuoto di cassa di 8 milioni di euro.

Al momento dello sgombero della Casa Popolare Maracino, insieme a una sessantina di poliziotti, carabinieri e vigili urbani, sono arrivati anche alcuni operatori dello sportello sociale di quartiere. Ma la loro presenza è stata solo simbolica, anzi, a detta degli sgomberati anche irritante. «L’unica cosa che ci hanno offerto – dice Youssef – è stata l’accoglienza per i bambini, ma suonava quasi come una minaccia. Per il resto non c’è niente da fare, non ci sono soluzioni per noi».

Due giorni dopo gli assistenti sociali sono tornati e hanno proposto a quattro delle dieci famiglie con bambini di alloggiare in alberghi, ospiti del Comune per tre notti. La proposta era valida soltanto per le madri con i figli più piccoli (i mariti sono rimasti all’aperto), minori di 10 anni. Per i più grandi niente da fare. Nemmeno per una ragazza di 15 anni, cui è stato consigliato di cercare un lavoro.

Il gruppo degli ex occupanti sta riscuotendo la solidarietà generale del quartiere. La chiesa vicina e un bar permettono loro di usare i bagni, vicini di casa portano piatti cucinati per tutti, la macelleria islamica offre dei pasti.

«La prima notte l’abbiamo passata all’aperto, con la polizia a farci la guarda – racconta Paolo – e di mattina io devo andare a lavorare, come tanti altri qua. Il mio capo mi ha detto che non gli interessa se dormo per strada o su un tetto, il posto è mio se mi presento puntuale ogni giorno».

Il braccio di ferro tra sfrattati e Comune continua. «Non ce ne andremo di qua – dice Youssef – se restiamo uniti siamo visibili, altrimenti rischiamo di sparire ognuno in un angolo della periferia». Dal quartiere Borgo Panigale, che secondo la riforma dei servizi è competente per i casi sociali, è arrivato solo un «no comment» da parte del direttore Andrea Cuzzani. Da Palazzo D’Accursio il commissario Cancellieri ripesca il leit motiv della legalità, sostenuta da alcune voci del Pd locale. La scuola in disuso da due anni era stata assegnata ad alcune associazioni e a un centro di documentazione sull’handicap. «In realtà i lavori di riqualificazione sono in ritardo – dice Lidia Triossi di Asia – e la consegna è già slittata, inoltre a un’associazione non è stata rinnovata la convenzione».

Si prospetta uno scenario noto, dopo lo sgombero torna una legalità che lascia scatole vuote e famiglie intere sui marciapiedi. Riflesso del vuoto di progettualità politica e sociale che tocca anche Bologna. Già città dei servizi.

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1982, Bologna

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