Raccontino, “Sabato”

Sabato ha preso il 17 direzione periferia. È un lunedì grigio di un grigio febbraio, quasi mezzogiorno senza sole. L’autobus semivuoto. Guarda la strada scorrere, un muretto, una casa blu, un cancello. Quella mattina non ha detto niente a sua figlia ed è uscito di casa presto, dormivano ancora tutti, ma Sabato si sveglia ormai prima dell’alba, voleva far colazione ma non sapeva più dov’erano caffè e moka, latte e zucchero. Prima sua figlia poi la badante gli avevano scombinato cassetti e credenze, non trovava più neanche i cucchiaini, figurarsi la via di fuga. Ma quel mattino si era svegliato lavato e vestito in silenzio, chiuso la porta alle spalle e sceso i gradini verso la libertà.

Al bar aveva cercato il vecchio Salvatore dietro al banco, mai chiamarlo vecchio se no si dimenticava di darti il resto, al suo posto una coppia di cinesi, forse di mezza età. Questa non se l’aspettava. Il caffè e il cornetto gli rimasero sullo stomaco, forse anche perché Anna, sua figlia, era un po’ che lo teneva a dieta, pochi carboidrati e più vitamine, succo d’arancia, pompelmo e latte di soia. Non aveva il coraggio di chiedere ai due cinesi se sapevano qualcosa di Salvatore, uscì senza leggere il giornale, verso un autobus qualunque, destinazione periferia.

Non aveva neanche fatto in tempo a sedersi alla fermata che un 17 gli si era fermato accanto. Poteva essere quello giusto ma non si ricordava esattamente come arrivare, né quale direzione fosse, non si ricordava nemmeno il nome del luogo. Il 17 gli sembrava avesse buone probabilità di arrivare dove doveva, si era seduto vicino all’autista, muto. Dal finestrino le vecchie mura che Sabato con la sua signora percorreva, ormai più di cinquant’anni fa. Cinquant’anni. Un giorno dopo un giorno dopo ore e ore, camminare parlare, lavorare e sedersi, e dormire, e mangiare, insieme.

Quello era il negozio persiano dove avevano comprato i tappeti per la camera da letto. Uno per ogni lato e un terzo in fondo. Ogni mattina un passo giù dal sonno, uno accanto all’altro. Li avevano comprati insieme anche se era Nina che li aveva voluti a tutti i costi, chiaramente i più costosi, perché le sue amiche le avevano detto che erano così chic. La prima figlia era andata a scuola dalle suore lì vicino. Niente tappeti persiani per la sua camera.

Dal finestrino vede una signorina con un vestito alle ginocchia. Gli viene in mente la prima volta che ha incontrato Nina. L’aveva vista passare di fronte al bar dove usciva con i suoi amici, giù in paese. Era con i genitori, non la lasciavamo mai sola. Ma una domenica a messa le si era seduto accanto, l’aveva guardata e lei era arrossita. Un pomeriggio d’estate l’aveva seguita mentre andava a comprare delle stoffe, l’aveva portata in una stradina, questione di pochi minuti. Le erano rimaste le guance rosse per giorni interi. O almeno tutte le volte che l’aveva vista da quel momento era rossa. Si erano sposati pochi mesi dopo. Quando suo padre aveva scoperto che non erano passati i 9 mesi canonici dal giorno della funzione aveva fatto il diavolo a quattro. Intanto Antonia era nata.

Dov’è che stava andando? Ah sì, verso la casa vecchia. Ma dov’era esattamente non se lo ricordava, però se avesse continuato a guardare fuori dal finestrino l’avrebbe trovata di sicuro. Una coppia dietro di lui litigava. In quale lingua non lo sapeva, ma stavano urlando. Lei si guardava intorno di sottecchi, si vergognava di tutto quel chiasso. Quando era nato il secondo figlio Nina gli aveva detto che non ne voleva più sapere di lui, che aveva scoperto le sue scappatelle, che se l’impiegata si fosse ancora azzardata a rivolgergli la parola li avrebbe svergognati di fronte a tutti. Erano volati piatti e schiaffi.

Non si ricordava più da quanto tempo ormai era sull’autobus ma a un certo punto doveva pur arrivare da qualche parte. intanto gli era venuto sonno. Chiudendo gli occhi, gli era sembrato di sentire Nina, che gli diceva di non addormentarsi di fronte al televisore.

Antonia si era svegliata e non aveva visto suo padre in salotto, né in cucina, né in camera. Era terrorizzata. Aveva chiamato la polizia dicendo che suo padre era scappato un’altra volta. Che era un signore robusto con pochi capelli, gli occhi chiari, che non sapeva con quali vestiti era uscito e che non l’aveva trovato al bar vicino a casa e i gestori non sapevano chi fosse, c’erano così tanti vecchi.

L’ha trovato l’autista di un autobus, addormentato dietro il suo sedile, contro il finestrino. Farfugliava. L’aveva scambiato per un barbone ma a guardarlo bene si era accorto che era pulito e curato, e che una casa doveva averla. Come i cani con il collare. L’aveva portato alla polizia, ha detto di chiamarsi Sabato, come il giorno in cui è nato. Gli hanno trovato addosso la carta d’identità. Antonia era in crisi isterica quando l’hanno chiamata. Ha deciso di metterlo in una casa di riposo.

Era lì da tre settimane. Quando Antonia era andato a trovarlo, come tutti i sabati, stava seduto su una carrozzina, vicino alla finestra. Guardava gli alberi. Solo. Le si spezzava il cuore ogni sabato. Quando lo trovava lì, ogni tanto aveva accanto un’infermiera. Antonia arrivava, li osservava per qualche secondo, lei sfogliava il giornale, lui cercava di toccare le pagine. Ma lei voltava il foglio prima ancora che lui riuscisse a raggiungerlo.

Le si spezzava il cuore ogni sabato.

(Coopforwords: ci ho provato…)

Annunci

Informazioni su vaeva

1982, Bologna

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: