Book Club V: La ragazza che giocava con il fuoco (e riflessioni su bello vs. avvincente)

La ragazza che giocava con il fuoco - Stieg LarssonIeri notte mi è toccato dormir poco perché, esattamente come il primo volume, non potevo smettere di leggere. Questo diavolo d’uno Stieg Larsson è avvincente, avvince/avvinghia/imbriglia. Da non riuscire a staccare gli occhi. E insomma mi sono svegliata con un paio di riflessioni.

Perché La ragazza che giocava con il fuoco è così avvincente? E come l’altra volta, la risposta è evidentemente la trama, un intrico di colpi di scena, ma soprattutto la costruzione del romanzo. Perché avendo visto film e telefilm non dovrebbe più attaccare su di me il discorso della suspence, sapendo ampiamente come tutto finisce. E invece no, lì appiccicata come una fessa. Perciò c’è da tenere in considerazione la costruzione dei paragrafi, sempre con quella faccenda del punto di vista continuamente mobile che intriga intrinsecamente. E poi la costruzione della frase, secca, concitata, a creare un climax continuo, adrenalinico, che non vuoi e nemmeno puoi staccarti dalle pagine. Senza contare ovviamente il personaggio di Lisbeth Salander, che è avvincente di suo, una specie di supereroe in miniatura, un Golia contro tutti, quasi imbattibile, è la rivincita delle formiche, la vendetta dei calimeri, e di sua natura una storia del genere avvince per forza.

Poi sono passata a riflessioni più generali. Perché La trilogia di Millennium non è “bello”, non ci sono belle frasi che dici, cavolo questa me la scrivo e la conservo perché è troppo ben fatta. Non è bello in senso stilistico. Non c’è un uso della parola memorabile, notevole, o particolarmente fine. E sono arrivata a questa tesi:

un romanzo o è bello o è avvincente.

Potrei sbagliarmi, ma non mi vengono in mente esempi di libri che mi abbiano ammazzato di suspence (inteso come bisogno ossessivo di andare avanti), e che contemporaneamente abbia sottolineato, o evidenziato a lato, o memorizzato (se voi ne avete, fatevi avanti). E mi tocca anche dire che la Letteratura è quella bella, il resto è intrattenimento. Non piace neanche a me questa faccenda, che l’intrattenimento sia su uno scalino minore nella Storia della Letteratura, ma mi par proprio che sia così. Però si dice che Dickens è nel versante intrattenimento, ed eccolo ancora tra noi, nella Storia della Letteratura. (Non che mi abbia mai inchiodato alla pagina, ma gli standard dell’800 erano diversi). Ovviamente sono pronta a cambiare idea, in caso di articolazioni convincenti.

Poi la grande domanda: per un autore, meglio scrivere una pagina che uno vorrebbe imparare a memoria perché troppo perfetta, o scrivere un libro da cui il lettore non vorrebbe/potrebbe staccarsi mai? Mah.

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1982, Bologna

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