i(n)versi

Potete legarmi mani e piedi
togliermi il quaderno e le sigarette
riempirmi la bocca di terra:
la poesia è sangue del mio cuore vivo
sale del mio pane, luce nei miei occhi.
Sarà scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,
la canterò nella cella della mia prigione,
al bagno,
nella stalla,
sotto la sferza,
tra i ceppi
nello spasimo delle catene.
Ho dentro di me un milione d’usignoli
per cantare la mia canzone di lotta.

Mahmoud Darwish

Io appartengo alla razza di chi,
diceva un tale in un film a colori
sulla famiglia, da giovani non sono gran che
ma invecchiando da vecchi peggiorano.

Ho come una certezza certa che
continuando così a migliorare
tra qualche anno scoprirò l’America
e conquistando il West sarò al mare,

andrò per schiavi alle riserve indiane
del Delaware. La mano, come sullo schermo,
in un amen sarà alla pistola.

Se lì rimane la mia carne sola
dirò all’ultimo dei moicani che invano
mi scotenna; non ho crini, ho i piedi all’inferno.
Giovanni Orelli
Da Internazionale n. 833

Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata
da chissà chi.

Io penso che l’inferno
sia illuminato di
queste stesse
strane lampadine.

Vogliono cibarsi
della mia pena
perché la loro forse non
s’addormenta mai.

Alda Merini

Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e ripudi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra – l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo – le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s’apriva l’alba.
[5 novembre 1945]

Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota all’alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.
[3 dicembre 1945]
Da La terra e la morte

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
[22 marzo 1950]
Da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Cesare Pavese

vado fuori prosciugato e addolorato e emozionato e disgustato e triste e Bukowski, vecchio, sole acceso dalle stelle, dio mio, in cerca dell’ultimo angolo, l’ultimo botto di mezzanotte, freddo Sig. C., grande H, Mary Mary, lindo come una coccinella su una parete, il calore di dicembre una ragnatela che mi attraversa la spina dorsale eterna, Pietà come il morto ragazzo di Kerouac disteso attraverso i binari della ferrovia messicana nel luglio eterno delle tombe sprofondate […]

p.s. per questa volta il Calore ha mancato il colpo. non immagazzinate più di quanto possiate ingoiare: amore, calore, o odio che siano.
Charles Bukowski, da “Dieci seghe” in Compagno di sbronze

Tendaggio
Sprofonda un tendaggio di sera.
La sera di una sera,
di una sera mancante alle sere,
che tira più forte della mia ultima ora
una sera sotto la carne,
è questa dunque la sera
che io divento me stessa
con il sangue di ognuno, di ogni essere
che discende sotto la lampada e sa
cambiare il giorno.
Salute ai morti.
Ogni essere mi è madre.

Béatrice de Jurquet
(trad. Franco Pusterla)
Da Internazionale n. 821

Recuperare La Poesia. Un po’ per volta, pianin pianino.

Un Commento

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